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marzo 2018

Tazze da tè e coppie in crisi

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Avevo un vecchio servizio di tazze da tè: di ceramica bianca con dei decori astratti; sei tazze, sei piattini e relativi cucchiaini coordinati. Lo acquistai in un mercatino di modernariato, mi sembrava elegante e lo usai molto durante l’università; poi mi accompagnò attraverso alcuni traslochi, vivendo periodi alternati di utilizzo e di riposo in scatole nascoste in fondo alla credenza. Un giorno – dopo averlo rispolverato per l’ennesima volta – ruppi il manico di una tazza posandola nel lavello. Lì per lì ammetto che un’imprecazione mi uscì di bocca, ma subito raccolsi la tazzina, infilai il manico al suo interno e la riposi di fianco al lavello, dove spesso appoggio le cose di vetro prima di portarle fuori nel bidone apposito (si, lo so, la ceramica non va col vetro). Qualche giorno dopo ne scheggiai un’altra colpendola con una padella che stavo infilando in lavastoviglie: “…e due” pensai, ma non ne feci un dramma. Poi per qualche settimana basta, fino a quando non ruppi un piattino facendolo scivolare da un vassoio su cui l’avevo appoggiato in equilibrio instabile. Qualcuno mi disse sorridendo: “Ma allora lo fai apposta!”… sollevai le spalle e sorrisi pure io. Ora, non voglio dire che danneggiai il servizio di proposito, sarebbe troppo [“psicanalitico” potrei aggiungere]: ci ero affezionato, tutto sommato mi piaceva ancora, tutto sommato. Ma di fatto, tutto sommato, presi un servizio nuovo. A posteriori pensai che forse non ci fossi più così affezionato e lo conservassi solo perché era stato trai miei oggetti per molto tempo: per questo lo trattai con meno cura, creando involontariamente (o meno, questo non lo sapremo mai) le condizioni per sostituirlo.

Ma perché richiamare questa storia di normalità quotidiana? Perché, tempo fa, mi è capitato di utilizzarla come metafora per cercare di illustrare ad una persona la mia visione riguardo il suo atteggiamento verso il partner, che si traduceva in comportamenti quali: distrazioni ripetute, come il dimenticarsi di impegni familiari, promesse o anniversari; la predisposizione di situazioni apparentemente innocue ma turbative della serenità familiare, come il riempirsi d’impegni “giustificati” che la portavano spesso fuori da sola il fine settimana;  reazioni distaccate di fronte a rimostranze da parte del partner o dei figli, dovute ad esempio a ritardi all’ora di cena o a silenzi prolungati.

Ricordo che, dopo aver raccontato la storia, dissi più o meno queste parole: “A volte capita che non ci si renda conto precisamente dei sentimenti che nutriamo verso le persone, le situazioni o le cose; magari percepiamo che qualcosa non va, e ci comportiamo sottovalutando la potenziale dannosità dei nostri comportamenti: ad esempio creando le condizioni che possano dare a me o all’altro il pretesto per un litigio, per una rottura, o addirittura per una separazione”. Il comportamento di questa persona, infatti, era apparentemente orientato a fare in modo che si generasse l’idea che, ormai, non ci fosse più nulla da fare per la coppia e che il loro “rapporto – servizio da tè” fosse da buttare. Lo faceva consapevolmente? Ovvero come scelta deliberata? Forse; in parte; spesso no; difficile e a volte azzardato a dirsi. Noi valutiamo gli effetti che i comportamenti producono cercando di modificarne gli automatismi disfunzionali, e certamente: “…anche se la possiamo trattare come tale, una relazione non è un servizio da tè… a me sembra”, aggiunsi.

Poche semplici parole e la forza di una metafora, il cui effetto fu quello di far cambiare l’espressione del volto di questa persona, facendola passare da una vivida tensione rabbiosa ad una distensione assorta, quasi malinconica. Rimase in silenzio per qualche minuto, poi disse: “Forse è il caso che lasci andare certi giochetti e cominci a parlare apertamente con mia moglie”.
Già, non era il caso di perdersi in una tazza di tè.

Daniele Baron Toaldo

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