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Daniele Baron Toaldo

UNDE MALUM? Dalla violentizzazione all’agire violento

By | articoli

L’azione violenta non può essere mai giustificata.
Questa dovrebbe essere una posizione etica alla quale il singolo individuo e la società dovrebbero sempre sottostare. Ma, nonostante i filtri e gli argini che la società cerca di imporre per contenerla, essa si manifesta periodicamente e in varie forme, lasciandoci spesso sgomenti, impotenti, increduli. Ma anche arrabbiati, o addirittura compiaciuti: sì compiaciuti, perché spesso la violenza è dentro di noi e ne giustifichiamo e approviamo l’applicazione, se la reputiamo essere la soluzione più giusta in quel momento, lo strumento più adeguato per risolvere una situazione, pur non avendola agita direttamente, avendola ad esempio solo osservata da spettatori.

Parlare di violenza è sempre molto delicato, perché rimane comunque un comportamento umano ad oggi largamente oscuro, di difficile comprensione. Cercherò qui di offrire alcuni spunti, appoggiandomi alle formulazioni teoriche che sono state fatte dal criminologo americano Lonnie Athens. Criminologo che visse a sua volta un’infanzia non semplice e un’adolescenza violenta e che per questo motivo decise di studiare il tema, approfondendolo in modo diretto, andando a incontrare e a conoscere nelle carceri americane persone dal passato violento. Da queste sue indagini, si avviò un percorso di strutturazione di una teoria originale, il cui fulcro è il concetto di violentizzazione: la violentizzazione è un percorso di conoscenza, familiarizzazione e pratica della violenza, che la persona nel corso della sua esistenza intraprende, spesso al di là della sua volontà, poiché coinvolta suo malgrado in tragitti di vita difficili.  Processo che porta la persona a comprendere e a ragionare sul tema della violenza, e spesso ad agirla, avendola sperimentata e vissuta gradualmente. Gradualmente in fasi consequenziali, in un progressivo avvicinamento al mar nero della violenza, fatto di rivoli, rigagnoli e torrenti di rabbia sperimentata e agita con forza, per opprimere e reprimere. Quattro sono le fasi di questo sviluppo denominate da Athens: brutalizzazione (sottomissione violenta), belligeranza, prestazione violenta e virulenza. Vediamole.
La fase di brutalizzazione comporta che la persona nella sua crescita subisca un trattamento duro e crudele, tale da generare in essa un segno biografico profondo, una perdurante colonna narrativa di sé, un monolite portante della sua identità. Nella fase della belligeranza, la persona avvia un processo di analisi, comprensione e giustificazione, interiormente conflittuale, delle motivazioni che conducono all’atto violento (subìto in prima persona o in qualità di testimone), ponendo le basi per la prestazione violenta. In questa terza fase vi sarà il vero e proprio passaggio all’atto, dapprima motivato come forma di giusta reazione a quanto subito, secondariamente cronicizzato, grazie anche al prestigio e al rispetto che ne possono conseguire: è quest’ultima la cosiddetta fase della virulenza, in cui l’individuo decide di usare la violenza per attaccare e sottomettere l’interlocutore/avversario.

Decide di usare la violenza.

Il tema della decisione è fondamentale nella teoria di Athens, discostandosi in questo modo da quelle che sono le interpretazioni sull’impulsività inconscia o sull’azione predeterminata biologicamente. Per Athens, infatti, nel  momento in cui la persona si trova di fronte ad un’altra in una interazione conflittuale (ad esempio una discussione accesa o un litigio), intraprende un dialogo interno a sé, durante il quale valuta la situazioni secondo i parametri morali e le modalità di risposta interiorizzate nel corso della violentizzazione. Tale valutazione è ovviamente viziata dai trascorsi biografici e dalle riflessioni pregresse, in cui l’atto violento viene giudicato come l’unica soluzione possibile per risolvere la situazione conflittuale, come un’arma letale che pone fine ad una guerra.

In termini generali, sempre secondo Athens, le motivazioni contingenti che scatenano l’azione possono essere varie:

  • difesa: la persona può sentire minacciata la sua integrità o quella del gruppo di appartenenza, da un punto di vista fisico o identitario. La paura della frantumazione di sé induce all’aggressione; 
  • frustrazione: la persona sente preclusa la possibilità di perseguire i propri obiettivi, trovandosi di fronte ad un’opposizione forte, ostinata e apparentemente invalicabile in altro modo;
  • interpretazione malefica: qui c’è l’attribuzione invertita del ruolo di vittima, in cui l’interlocutore viene vissuto come malvagio, poiché giudicante verso la persona e svilente della sua dignità, quindi meritevole di essere aggredito violentemente.

La persona che agisce violentemente può sentirsi, quindi, a sua volta minacciata: può percepire in pericolo la sua identità, il suo status, le sue relazioni, le sue idee, il suo gruppo di appartenenza, e ciò che fa di fronte alla minaccia è applicare la strategia risolutiva che ha imparato a conoscere e a praticare nel tempo. Per cui l’azione violenta non è un gesto estemporaneo e inconsulto, bensì l’esito di un percorso di affinamento che viene da lontano, l’esito di una valutazione conscia, spesso talmente rapida da apparire automatizzata.

Certamente, leggendo, fino ad ora ciascuno avrà visualizzato nella propria mente immagini di atti cruenti di cui spesso sono piene le cronache: pestaggi, omicidi, torture, stupri.

Non possiamo, però, eludere da questa riflessione la nostra quotidianità violenta, che non necessariamente porta all’utilizzo della forza fisica brutale, che potrebbe essere considerata un’eccezione, ma che ci conduce frequentemente ad interagire col prossimo in modo aggressivo: diverbi accesi in famiglia, litigi al semaforo, insulti dalla tastiera, imprecazioni verso colleghi, minacce verso minori. Aggiungete voi degli esempi.
Ciascuno di noi, infatti, ha vissuto in varia misura un piccolo processo di violentizzazione, più o meno significativo per la propria identità, che ha contaminato il proprio animo con il seme della risoluzione violenta. Questo semplicemente perché la soluzione violenta fa parte del sedimento culturale della società nella quale siamo cresciuti.

Cosa fare?
Prestare attenzione e credere
.
Prestare attenzione quando applichiamo la soluzione violenta, arginandola ed evitando di diffondere il seme, e usare le nostre potenti abilità creative per cercare soluzioni alternative, anche dove non crediamo ve ne siano.

Concludo con una nota positiva: fortunatamente, lo si creda o no, secondo alcuni autori viviamo complessivamente nell’epoca meno violenta della storia dell’uomo, probabilmente “l’era più pacifica della nostra specie”, in cui il livello di tolleranza verso l’uso della brutale violenza è bassissimo. È forse per questo motivo che oggigiorno viene dato un forte risalto a tali episodi, e ciò non può che essere un bene.
L’evoluzione umana non produce solo mostri: il sedimento culturale si può cambiare.

Se siete interessate/i ad approfondire i temi trattati vi consiglio due letture:

  • Richard Rhodes “Perché uccidono. Le scoperte di un criminologo indipendente.” (rif. a Lonnie Athens, ndr)
  • Steven Pinker “Il declino della violenza. Perché quella che stiamo vivendo è probabilmente l’epoca più pacifica della storia”.

Buone letture.

Daniele Baron Toaldo

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Chi la fa, l’aspetti!

By | Psicologia e proverbi

Questo proverbio italiano ha un significato molto chiaro: chi mette in atto azioni negative, riceverà altrettante azioni che lo faranno soffrire. L’invito quindi è quello di comportarsi in modo corretto al fine di evitare rivendicazioni e vendette dagli altri. 

Il proverbio ha un significato pro sociale che invita alla benevolenza reciproca per evitare di perpetuare la cattiveria. Il motto può essere visto infatti come una ruota senza fine, alimentata dalla vendetta. In tal modo colui che riceve un’ingiustizia tenderebbe a metterne in atto un’altra, da restituire al mittente che, a sua volta, si sentirebbe autorizzato a restituire nuovamente un altro torto e via così.

Nell’ambito della psicologia, in questi ultimi anni, si sta sviluppando un nuovo filone: la “psicologia della gentilezza”. Gentilezza è una parola che abbraccia vari sentimenti quali la generosità, l’altruismo, la compassione, la pietà, la solidarietà, il perdono…

Spesso la poca gentilezza la si riscontra anche negli ambienti di lavoro, in famiglia o con persone care, in luoghi dove passiamo la maggior parte del nostro tempo di vita. Vivere rapporti logori di gentilezza significa stare per molto tempo in un clima di sfiducia, tensione, allerta, stress.

E, quindi, come si può essere più gentili?

Un primo passaggio può essere quello di provare a mettersi nei panni degli altri. Sembra scontato e semplice ma non lo è per nulla. Proviamo, di fronte ad un torto subito o a rispostaccia, a immaginare quali possano essere le motivazioni che hanno spinto l’altro a comportarsi in quel modo. Oppure, osserviamo noi stessi per verificare se la nostra comunicazione, verbale e non, non sia stata di attacco, tale da mettere l’altro in una posizione difensiva. Ad esempio, in famiglia o  nel comunicare con i propri figli, chiediamoci: “questa risposta l’avrei data ad uno sconosciuto?”. Se la risposta è no, probabilmente quella risposta non è gentile. Spesso nei colloqui tra coniugi o tra genitori e figli adolescenti si osserva come la comunicazione sia ricca di svalutazioni e stigmatizzazioni dell’altro. Questo di sicuro allontana entrambi le parti dal ben stare e dall’essere gentili l’uno verso l’altro.

Un altro passaggio può essere quello di partire da una visione fiduciosa dell’altro. Se uno dei motti che guida la mia vita è “fidarsi è bene, non fidarsi è meglio” o tendo a vedere secondi fini nelle azioni degli altri, sarà molto difficile che riesca a riconoscere atti di gentilezza nei miei confronti e ancor più che riesca a metterne in atto. La gentilezza è in sé un valore gratificante per cui non metto in atto un certo comportamento per ricevere gratitudine o una gentilezza reciproca. Diventa quindi irrilevante che anche “l’altro sia gentile con me”. Lo sono io!

E qui mi collego con un altro passaggio che può favorire la gentilezza: il comunicare in modo gentile. Quando io mi relaziono con una persona, tanto più se in modo stabile, ad esempio in famiglia o al lavoro, per poter migliorare quella relazione posso agire solo su di me, non posso pretendere che l’altro cambi. Non ho questo potere! Il potere lo posso avere su di me e  cambiando me posso favorire il cambiamento dell’altro. 

È come se fossimo legati da un’unica corda a distanza fissa. Come posso far muovere l’altro dalla sua posizione? Mi muovo io e così facendo favorisco anche il suo movimento. Proviamo noi per primi a porci in modo fiducioso, garbato, generoso e disponibile verso l’altro e poi…vedremo che succederà. Noi saremo comunque felici del nostro modo di essere stati con l’altro.

Riassumendo, la gentilezza può essere difficile da mettere in atto perché spesso si è scordato cosa significhi e come possa renderci la vita migliore. Ricordiamo che la gentilezza non prevede nulla in cambio. Proviamo! Cerchiamo ogni giorno di fare un atto di gentilezza, piccole cose: un saluto, un grazie, offrire un caffè, aprire la porta a qualcuno, lasciare il posto a sedere, offrire l’ultima fetta di torta 😉 e ascoltiamoci.

E  chissà che il circolo da vizioso non si trasformi in virtuoso per cui “chi la fa, l’aspetti” abbia un nuovo significato positivo.

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Chi ha tempo non perda tempo

By | Psicologia e proverbi

Questo famoso proverbio italiano ci invita a non procrastinare gli impegni e ad agire. Ma cosa significa “procrastinare”? Significa rimandare a un giorno successivo, spesso non si sa quale, un’azione. Spesso si finisce che alcune azioni le faremo “il giorno del poi nell’anno del mai”. Almeno una volta nella vita avrete procrastinato scelte, decisioni, azioni, il più delle volte difficili, o ritenute tali. Iniziare la dieta, riordinare la soffitta, buttare i vecchi vestiti, aggiornare il curriculum, smettere di fumare…La risposta che ci diamo per continuare a procrastinare è la non urgenza dell’azione, la pesantezza, la non voglia. Allo stesso modo ci stiamo auto boicottando. 

Alcune volte si procrastina scegliendo un piacere immediato seppur fugace. Pensiamo ad esempio quando al lavoro, prima di iniziare, guardiamo Facebook o altri social network piuttosto che iniziare di buona lena la relazione che sappiamo di dover fare. 

Altre volte può essere la paura di fallire che ci fa rimandare ad oltranza un impegno. Ad esempio dover chiedere un aumento, un giorno di ferie. Così facendo però la paura aumenta mettendoci magari anche nella condizione di non avere più tempo per poter realizzare in modo efficace il nostro impegno. La paura in realtà è come una sorta di nube; quando la si prova a prendere scompare. Basta allungare la mano ed essa rimarrà vuota.

Altre volte tendiamo a rimandare perché abbiamo le idee confuse, non sappiamo da dove iniziare, cosa fare. In questo caso può essere di aiuto indicare su fogli mobili le possibili azioni, senza un ordine preciso, scrivendole di getto, senza valutarle. Solo in seguito spostare i vari foglietti secondo una sequenza temporale d’azioni.

A volte si può incappare nell’errore di sottovalutare il tempo necessario per compiere una serie di azioni. Immaginiamo uno studente che rimanda ad oltranza l’inizio dello studio per un esame ritenendo di poter studiare efficacemente in poco tempo. Oppure il tempo per preparare le valigie, chissà perché pensiamo sempre di riuscire a prepararle in poco tempo, rimandando così l’operazione. 

Quindi? Che fare?

Un aiuto può essere quello di fissare un tempo definito per svolgere una certa azione, senza considerare di doverla necessariamente terminare. Spesso la vera difficoltà è nell’iniziare un’azione, nel dover uscire dall’immobilità; poi si crea quasi un effetto palla di neve, per cui la “pallina di neve” rotolerà quasi automaticamente divenendo una valanga.

Un altro stratagemma può essere quello di porsi un premio al termine dell’azione da svolgere. Il premio deve essere vicino nel tempo e molto attrattivo per essere motivante. Ad esempio un’uscita con gli amici, la visione della nostra serie preferita…

E allora, chi ha tempo non perda tempo e fateci sapere se almeno una volta siete riusciti a non procrastinare.  

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Le costanti della vita

By | articoli

Cos’è una costante?
Nel linguaggio scientifico è una quantità o una grandezza invariabile; qualcosa che non muta, aldilà del tempo e dello spazio, un elemento indipendente da ogni altro parametro o entità, un caposaldo, un punto di riferimento per ogni altro tipo di calcolo o teorizzazione (la costante di Pitagora, la costante di Avogadro, la costante di Planck, l’elenco è lungo).

La nostra quotidianità è fatta di costanti: modi di pensare e di comportarci, che sono diventati parte di noi, del nostro “carattere”, delle nostre relazioni, della nostra identità individuale, familiare o comunitaria. Le costanti sono importanti perché ci consentono di avere dei punti di appoggio sull’ignoto, degli appigli saldi per procedere nella scalata della montagna. Spesso le utilizziamo, altre volte non ci accorgiamo nemmeno della loro presenza: loro “sono“, “esistono“, fanno parte del quotidiano e ci consentono di andare avanti.
Le costanti della vita spesso le chiamiamo verità, valori, convinzioni, abitudini, oppure vizi o automatismi, e senza di esse ci pare spesso non sia possibile vivere: come si può vivere senza la passione? Come si può immaginare di votare quella persona? Come posso credere che le colleghe mi ascoltino? Come farò a superare la giornata senza sigarette? Come si può vivere senza Nutella? Tutte certezze che si manifestano in frasi quali: “Per ottenere risultati devi metterci l’anima”, “si fa in questo modo“, “sono sempre stata timida“, “lui non capisce, perché è un impulsivo“, “non possiamo vederci tutti assieme, lei si sentirebbe sotto processo”.

Come si può capire, ciascuno di noi ha le proprie costanti: le reputiamo immutabili e giuste, e anche se “razionalmente” possiamo ammettere a noi stessi che non siano assolute, il più delle volte facciamo fatica a crederlo. Sono e saranno, esistono ed esisteranno, così come ora per sempre. Tanto che spesso facciamo in modo che si mantengano, ad ogni costo, perché siamo convinti a tal punto della loro immutabile necessità, da non essere in grado di abbandonarle, di metterle in discussione, scordando, o fingendo di non sapere, che in realtà i pensieri e i comportamenti non sono delle costanti. Non sono come il numero di Avogadro o il sole che sorge ogni mattina. Sono, al contrario, mutevoli e noi possiamo incidere attivamente per mutarli. Anzi, dobbiamo farlo! Quasi fosse un imperativo, nel momento in cui ci rendiamo conto di essere infelici, dobbiamo agire poiché la nostra infelicità di quel momento è legata anche alle costanti di quel momento. Non possiamo modificare lo stato delle cose se non costruiamo in noi il coraggio di modificare le costanti che mantengono la nostra quotidianità uguale a se stessa, istante dopo istante, anno dopo anno.

Per farlo, ci dobbiamo impegnare ogni giorno nell’osservazione di noi stessi: come ci comportiamo, come reagiamo alle cose, in che modo giudichiamo noi stessi e gli altri, quali opinioni non siamo disposti a modificare, quali cose riteniamo essere state sempre uguali a se stesse. Una volta accesa questa “telecamera” di osservazione su noi stessi, dobbiamo rischiare un po’, ovvero provare a introdurre qualche piccolo cambiamento: un capo di abbigliamento distante dal nostro stile, una risposta insolita a quel solito collega, una procedura eccentrica per cucinare quella pietanza, un modo diverso di descrivere nostro figlio o noi stessi. Partite dalle piccole cose, quelle più semplici, poi provate anche con ciò che ritenete “realmente” immutabile, come un vostro tratto caratteristico di personalità. Provateci come fosse un esercizio, una sfida con voi stessi: un processo lento, ma piano piano ciò che di positivo si potrà generare nella vostra mente, di fianco alla capacità di riflettere, sarà l’abilità di flettere, andando oltre quelle rigidità personali che ci precludono il cambiamento.

NB: ricordiamoci, comunque, che abbiamo sempre bisogno di appigli per salire in cima, cerchiamo solo di fare in modo che siano funzionali alla salita.

Daniele Baron Toaldo

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Skyperitivo Psicologico

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Un format originale per conoscersi e farsi domande:
una conferenza via Skype in cui, come al solito, vi offriremo un aperitivo di psicologia.

E non scordate il vostro aperitivo!

giovedì 14 maggio, 18.30

IL DISEGNO INFANTILE

Ci vediamo su Skype!

Per partecipare basterà comunicarci la vostra intenzione, mandandoci una email, e vi invieremo personalmente le semplici istruzioni da seguire per collegarvi.

Anche chi non ha Skype potrà partecipare come ospite, seguendo un link che vi forniremo.

Contattateci, ci sono solo 50 posti disponibili!


l’ultimo aperitivo che abbiamo gustato


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L’arte della presenza: come carpire l’attenzione del tuo pubblico

By | articoli

Quando mi chiedono come si faccia ad attrarre l’attenzione delle persone che ti ascoltano, in genere rispondo che ci vuole, ovviamente, preparazione tecnica sull’argomento che vai trattando e l’abilità di illustrarlo con chiarezza, come se di fronte a voi aveste un pubblico di bambini; ma, soprattutto, ci vuole presenza, nello specifico presenza scenica.
La presenza scenica si potrebbe definire come quella capacità di far sì che tutti ci osservino e ci ascoltino attentamente anche se stiamo parlando una lingua sconosciuta. La stessa abilità messa in atto dai maestri del teatro di commedia, capaci di sostituire le parole con un insieme di fonemi simil linguistici, ma totalmente privi di senso: il cosiddetto grammelot, praticato magistralmente da Dario Fo e inventato dagli attori della commedia dell’arte nel ‘500. Questa tecnica fu messa a punto per poter comunicare mescolando vari idiomi e riuscendo a fare teatro in tempi di feroce censura.
La presenza scenica, quindi, ha poco a che vedere con la tipologia degli argomenti che stiamo trattando; ha poco a che vedere, in realtà, anche con il fatto che siamo o meno un attore o un appassionato di teatro.
Ha molto a che vedere, invece, con le abilità di gestione del proprio corpo,  della propria voce, dello spazio in cui siamo inseriti e con il tipo di rapporto che instauriamo con i nostri uditori. Troppo spesso ci dimentichiamo di questo, o forse evitiamo di pensarci, compiendo l’errore fondamentale che appartiene a quello che definisco “il parlante ingenuo”: immaginare che gli uditori presteranno attenzione solo alle parole che diciamo, per giunta interpretandone il senso allo stesso modo in cui lo intendiamo noi.
Ma sappiamo che non è così: non serve qui scomodare linguisti, grandi filosofi, psicologi e letterati, che hanno sviscerato a fondo il problema della comunicazione, per poter affermare che il senso e il potere di ogni nostra parola viene plasmato dal modo stesso in cui essa viene proferita. Ogni nostro movimento, espressione del volto o “coloritura” della nostra voce, vengono osservati dai nostri interlocutori e fatti rientrare all’interno del giudizio globale che essi potranno assegnare al nostro discorso e a noi come persone. Per cui, massima attenzione deve essere posta al modo in cui usiamo le nostre appendici (mani, braccia, gambe), a come dominiamo lo spazio in cui siamo inseriti, alla velocità del nostro eloquio, all’uso delle pause, allo sguardo rivolto ai nostri uditori, al fine di instaurare un dialogo con essi, con ognuno di essi.
Dobbiamo entrare in contatto col pubblico, come se ciascun componente della nostra platea fosse il solo presente in sala e fosse il solo a cui la nostra attenzione di narratore è rivolta. Ciò comporta un lavoro su noi stessi, sulla tendenza a rifuggire le interazioni umane, lo sguardo e le reazioni delle persone che ci ascoltano, immaginando erroneamente che rimanendo concentrati sul nostro testo e su ciò che vogliamo dire riusciremo ad essere più chiari ed efficaci. Il risultato di tale comportamento di evitamento, invece (ahimè), spesso si traduce in un velato distacco, che può essere recepito come freddezza e insicurezza: quando parliamo, infatti, il modo in cui esponiamo le cose incide anche sulla percezione di “competenza” e “professionalità” che ci potranno essere attribuite. L’autorevolezza della nostra figura si trasporrà sul testo stesso, rendendolo a sua volta autorevole, persuasivo e coinvolgente.
Non importa quanto l’argomento sia intrinsecamente interessante, importa quanto siamo in grado di far entrare il pubblico all’interno del nostro personale rapporto con l’argomento stesso, gestendo la propria emotività in modo da poterla usare per emozionarlo. La dimensione edonistica, ovvero l’aspetto del piacere, insita nell’udire una voce narrante e nell’osservare un narratore in scena, è parte integrante dell’evento espositivo e dobbiamo esserne consapevoli: ciò che esponiamo deve piacere alla nostra audience e piacerà tanto più quanto più faremo sentire che piace a noi.
In conclusione: attrarre l’attenzione delle persone è alla portata di tutti? La risposta è sì. Esistono tecniche e metodi per affinare la propria comunicazione corporea e vocale, per migliorare le personali abilità di gestione delle emozioni e di relazione col pubblico. Ma il punto focale per diventare più attrattivi non è questo: il punto focale è la disponibilità ad offrire al pubblico un po’ di se stessi, al fine di dare realmente corpo ad una propria presenza scenica genuina e credibile.

Daniele Baron Toaldo

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