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Daniele Baron Toaldo

Ansia e attacchi di panico

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Cosa sono i disturbi d’ansia?

Come si manifestano?

Cosa fare per affrontarli?

Intervista a Daniele Baron Toaldo su Radio Canale Italia

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L’arte della presenza: come carpire l’attenzione del tuo pubblico

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Quando mi chiedono come si faccia ad attrarre l’attenzione delle persone che ti ascoltano, in genere rispondo che ci vuole, ovviamente, preparazione tecnica sull’argomento che vai trattando e l’abilità di illustrarlo con chiarezza, come se di fronte a voi aveste un pubblico di bambini; ma, soprattutto, ci vuole presenza, nello specifico presenza scenica.
La presenza scenica si potrebbe definire come quella capacità di far sì che tutti ci osservino e ci ascoltino attentamente anche se stiamo parlando una lingua sconosciuta. La stessa abilità messa in atto dai maestri del teatro di commedia, capaci di sostituire le parole con un insieme di fonemi simil linguistici, ma totalmente privi di senso: il cosiddetto grammelot, praticato magistralmente da Dario Fo e inventato dagli attori della commedia dell’arte nel ‘500. Questa tecnica fu messa a punto per poter comunicare mescolando vari idiomi e riuscendo a fare teatro in tempi di feroce censura.
La presenza scenica, quindi, ha poco a che vedere con la tipologia degli argomenti che stiamo trattando; ha poco a che vedere, in realtà, anche con il fatto che siamo o meno un attore o un appassionato di teatro.
Ha molto a che vedere, invece, con le abilità di gestione del proprio corpo,  della propria voce, dello spazio in cui siamo inseriti e con il tipo di rapporto che instauriamo con i nostri uditori. Troppo spesso ci dimentichiamo di questo, o forse evitiamo di pensarci, compiendo l’errore fondamentale che appartiene a quello che definisco “il parlante ingenuo”: immaginare che gli uditori presteranno attenzione solo alle parole che diciamo, per giunta interpretandone il senso allo stesso modo in cui lo intendiamo noi.
Ma sappiamo che non è così: non serve qui scomodare linguisti, grandi filosofi, psicologi e letterati, che hanno sviscerato a fondo il problema della comunicazione, per poter affermare che il senso e il potere di ogni nostra parola viene plasmato dal modo stesso in cui essa viene proferita. Ogni nostro movimento, espressione del volto o “coloritura” della nostra voce, vengono osservati dai nostri interlocutori e fatti rientrare all’interno del giudizio globale che essi potranno assegnare al nostro discorso e a noi come persone. Per cui, massima attenzione deve essere posta al modo in cui usiamo le nostre appendici (mani, braccia, gambe), a come dominiamo lo spazio in cui siamo inseriti, alla velocità del nostro eloquio, all’uso delle pause, allo sguardo rivolto ai nostri uditori, al fine di instaurare un dialogo con essi, con ognuno di essi.
Dobbiamo entrare in contatto col pubblico, come se ciascun componente della nostra platea fosse il solo presente in sala e fosse il solo a cui la nostra attenzione di narratore è rivolta. Ciò comporta un lavoro su noi stessi, sulla tendenza a rifuggire le interazioni umane, lo sguardo e le reazioni delle persone che ci ascoltano, immaginando erroneamente che rimanendo concentrati sul nostro testo e su ciò che vogliamo dire riusciremo ad essere più chiari ed efficaci. Il risultato di tale comportamento di evitamento, invece (ahimè), spesso si traduce in un velato distacco, che può essere recepito come freddezza e insicurezza: quando parliamo, infatti, il modo in cui esponiamo le cose incide anche sulla percezione di “competenza” e “professionalità” che ci potranno essere attribuite. L’autorevolezza della nostra figura si trasporrà sul testo stesso, rendendolo a sua volta autorevole, persuasivo e coinvolgente.
Non importa quanto l’argomento sia intrinsecamente interessante, importa quanto siamo in grado di far entrare il pubblico all’interno del nostro personale rapporto con l’argomento stesso, gestendo la propria emotività in modo da poterla usare per emozionarlo. La dimensione edonistica, ovvero l’aspetto del piacere, insita nell’udire una voce narrante e nell’osservare un narratore in scena, è parte integrante dell’evento espositivo e dobbiamo esserne consapevoli: ciò che esponiamo deve piacere alla nostra audience e piacerà tanto più quanto più faremo sentire che piace a noi.
In conclusione: attrarre l’attenzione delle persone è alla portata di tutti? La risposta è sì. Esistono tecniche e metodi per affinare la propria comunicazione corporea e vocale, per migliorare le personali abilità di gestione delle emozioni e di relazione col pubblico. Ma il punto focale per diventare più attrattivi non è questo: il punto focale è la disponibilità ad offrire al pubblico un po’ di se stessi, al fine di dare realmente corpo ad una propria presenza scenica genuina e credibile.

Daniele Baron Toaldo

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amore, amare troppo, amare ancora

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Quando siamo coinvolti in una relazione amorosa può capitare a volte di sentirsi quasi intrappolati, di amare molto ma di non ricevere mai abbastanza o di avere la sensazione di “non trovare mai la persona giusta”.
Il percorso si rivolge a coloro il cui amare sembra non donargli il piacere sperato, affrontando tematiche relative alla conoscenza di sé e alla personale idea di amore e per individuare possibili strategie per stare meglio e uscire da ragnatele affettive disfunzionali.

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Lo stress della vita quotidiana

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Quali sono i fattori generativi dello stress?

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Tazze da tè e coppie in crisi

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Avevo un vecchio servizio di tazze da tè: di ceramica bianca con dei decori astratti; sei tazze, sei piattini e relativi cucchiaini coordinati. Lo acquistai in un mercatino di modernariato, mi sembrava elegante e lo usai molto durante l’università; poi mi accompagnò attraverso alcuni traslochi, vivendo periodi alternati di utilizzo e di riposo in scatole nascoste in fondo alla credenza. Un giorno – dopo averlo rispolverato per l’ennesima volta – ruppi il manico di una tazza posandola nel lavello. Lì per lì ammetto che un’imprecazione mi uscì di bocca, ma subito raccolsi la tazzina, infilai il manico al suo interno e la riposi di fianco al lavello, dove spesso appoggio le cose di vetro prima di portarle fuori nel bidone apposito (si, lo so, la ceramica non va col vetro). Qualche giorno dopo ne scheggiai un’altra colpendola con una padella che stavo infilando in lavastoviglie: “…e due” pensai, ma non ne feci un dramma. Poi per qualche settimana basta, fino a quando non ruppi un piattino facendolo scivolare da un vassoio su cui l’avevo appoggiato in equilibrio instabile. Qualcuno mi disse sorridendo: “Ma allora lo fai apposta!”… sollevai le spalle e sorrisi pure io. Ora, non voglio dire che danneggiai il servizio di proposito, sarebbe troppo [“psicanalitico” potrei aggiungere]: ci ero affezionato, tutto sommato mi piaceva ancora, tutto sommato. Ma di fatto, tutto sommato, presi un servizio nuovo. A posteriori pensai che forse non ci fossi più così affezionato e lo conservassi solo perché era stato trai miei oggetti per molto tempo: per questo lo trattai con meno cura, creando involontariamente (o meno, questo non lo sapremo mai) le condizioni per sostituirlo.

Ma perché richiamare questa storia di normalità quotidiana? Perché, tempo fa, mi è capitato di utilizzarla come metafora per cercare di illustrare ad una persona la mia visione riguardo il suo atteggiamento verso il partner, che si traduceva in comportamenti quali: distrazioni ripetute, come il dimenticarsi di impegni familiari, promesse o anniversari; la predisposizione di situazioni apparentemente innocue ma turbative della serenità familiare, come il riempirsi d’impegni “giustificati” che la portavano spesso fuori da sola il fine settimana;  reazioni distaccate di fronte a rimostranze da parte del partner o dei figli, dovute ad esempio a ritardi all’ora di cena o a silenzi prolungati.

Ricordo che, dopo aver raccontato la storia, dissi più o meno queste parole: “A volte capita che non ci si renda conto precisamente dei sentimenti che nutriamo verso le persone, le situazioni o le cose; magari percepiamo che qualcosa non va, e ci comportiamo sottovalutando la potenziale dannosità dei nostri comportamenti: ad esempio creando le condizioni che possano dare a me o all’altro il pretesto per un litigio, per una rottura, o addirittura per una separazione”. Il comportamento di questa persona, infatti, era apparentemente orientato a fare in modo che si generasse l’idea che, ormai, non ci fosse più nulla da fare per la coppia e che il loro “rapporto – servizio da tè” fosse da buttare. Lo faceva consapevolmente? Ovvero come scelta deliberata? Forse; in parte; spesso no; difficile e a volte azzardato a dirsi. Noi valutiamo gli effetti che i comportamenti producono cercando di modificarne gli automatismi disfunzionali, e certamente: “…anche se la possiamo trattare come tale, una relazione non è un servizio da tè… a me sembra”, aggiunsi.

Poche semplici parole e la forza di una metafora, il cui effetto fu quello di far cambiare l’espressione del volto di questa persona, facendola passare da una vivida tensione rabbiosa ad una distensione assorta, quasi malinconica. Rimase in silenzio per qualche minuto, poi disse: “Forse è il caso che lasci andare certi giochetti e cominci a parlare apertamente con mia moglie”.
Già, non era il caso di perdersi in una tazza di tè.

Daniele Baron Toaldo

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La ragione che non convince

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Colgo ancora spunto dalla politica, per parlare di psicologia, comunicazione e non solo. Lo faccio prendendo come riferimento uno spot elettorale appena pubblicato dal Partito Democratico.

Prima di andare oltre nella lettura vi invito a guardarlo (lo trovate qui sopra) e poi vi aspetto per parlarne. Buona visione

Visto? Bene, iniziamo dunque con un’analisi che origina da un quesito: a chi si rivolge il PD in questo spot?

Alla famiglia italiana medio reddito dedita al lavoro, questo è evidente:

  • madre con reddito inferiore ai 24.600 €, altrimenti gli 80€ non li piglierebbe;
  • automobile non lussuosa ma dignitosa;
  • abbigliamento ordinato e cura dell’aspetto (la madre nello spot addirittura si trucca);
  • padre con le maniche rimboccate.

Alla famiglia di cultura medio alta e attenta a valori progressisti:

  • tutti pronti (fuorché il padre) a snocciolare informazioni;
  • figlia presumibilmente laureata e certamente precaria (spesso i co.co.pro sono stati usati per incarichi a neo laureati);
  • figlio un po’ nerd, diciamolo, molto smart e molto tech, attento ai numeri più degli altri;
  • madre e padre storicamente attenti ai diritti civili (fin da quando erano fidanzati, forse negli anni ottanta a giudicare le età);
  • in famiglia c’è una zia omosessuale (è vero questa è una mia ipotesi, ma perché altrimenti sottolineare il fatto della commozione del padre? Io immagino, e non penso solo io, perché si voglia sottolineare la conquista sociale, e quindi la lotta e la sofferenza per ottenere quel risultato).

Ma chi, tra tutti, deve essere persuaso? Quale tipo di elettore? Il padre.
Nello stereotipo, lo si potrebbe vedere come il capofamiglia che guida, maschio, poco informato e in cerca di cose concrete, poco smart e ancora meno tech, che ha lasciato ormai andare le passioni che lo hanno scaldato da giovane. Ma chi sia  di preciso quest’individuo da convincere non si sa bene: si tratta di un abbozzo che a mio avviso denota poca chiarezza di idee.
In ogni caso è un ex: ex elettore, ex persuaso, ex militante forse. Non è certamente uno nuovo, anzi. Si cerca, quindi, di riconquistare i vecchi voti persi, non di allargare il bacino. Questa è un’implicita ammissione di crisi. Non bastavano, infatti, i sondaggi e le diaspore ad evidenziare il calo di consensi, doveva essere lo stesso PD a certificarlo da sé, rivolgendosi esplicitamente all’elettorato disilluso, molto disilluso (“Comunque stavolta il PD non lo voto“).
E per convincere un cuore disilluso che si fa? Certamente non si fa l’elenco ragionato di tutte le cose che abbiamo fatto da quando stiamo assieme!

Ma questo è l’errore tipico dei progressisti, già evidenziato da Lakoff, i quali seguono il riflesso illuministico per cui si ritiene che basti fornire informazioni razionali (fatti e cifre) affinché le persone possano scegliere il candidato migliore. Se, a fronte di ciò, la persona non fa la scelta giusta, allora è un povero qualcosa (aggiungete voi l’epiteto che gradite).

Quest’idea, però, contrasta con quanto in più occasioni è stato evidenziato in psicologia, ovvero che nella presa di decisioni la pesatura razionale di fatti e opinioni incida in misura assai minore rispetto all’impatto emozionale che le comunicazioni possono avere sull’individuo, spesso a livello subcosciente. Ogni processo decisionale, infatti, incorpora modalità di pensiero non lineare, spesso basato su procedimenti euristici di selezione delle informazioni che poco hanno a che vedere con la cosiddetta razionalità (a tal proposito sono stati illuminanti gli studi di Daniel Kahneman, psicologo premio Nobel per l’economia nel 2002). Risulta, piuttosto, assai più efficace evocare dei concetti, dei quadri di riferimento (cosiddetti frame) che abbiano un impatto sull’immaginario delle persone e sulla loro dimensione affettiva ed emozionale (consiglio qui la lettura di “Non pensare all’elefante” di George Lakoff, tra i più noti linguisti viventi e tra i fondatori della linguistica cognitiva), oppure suggerire delle direzioni d’azione senza prescrivere perentoriamente un comportamento (qui invece consiglio “Nudge. La spinta gentile” di Richard H. Thaler, basato su ricerche in psicologia ed economia comportamentale che sono valse all’autore il Nobel per l’economia 2017).

Comunque, a dimostrare ingenuamente e inconsapevolmente quanto affermato riguardo l’inefficacia di certe strategie, ci pensano gli stessi autori dello spot che alla fine fanno dire ad un padre stizzito: “Basta, comunque il PD non lo voto!”.

E allora che si fa? Qui la ciliegina sulla torta è un bell’appello alla coscienza del padre condito con una fallacia ad autoritatem* in cui Renzi in persona dice: “Pensaci, dai!”. L’effetto però è misero e fa credere che sotto sotto il pensiero sia: “Non ci spero molto, ma mi affido alla tua responsabilità. Vedi tu…”. Ma dopo il dolce vogliamo farci mancare il digestivo? No. Infatti, per mandar giù tutto, il video si chiude con una non molto velata supplica: “Non fermiamoci proprio adesso!”.

A tutti può capitare di essere in crisi, si tratti di un partito, di un’azienda o di una famiglia, ma è proprio in quei momenti che sarebbe bene evitare di tirarsi pure la zappa sui piedi, comunicando in modo sbagliato con le persone che ci stanno a cuore.

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IV. Scusate ancora

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Lasciatemi dire un’altra cosa, e poi basta.

Non voglio offendervi. La vostra coscienza, voi dite. Non volete che sia messa in dubbio. Me n’ero scordato, scusate. Ma riconosco, riconosco che per voi stesso, dentro di voi, non siete quale io, di fuori, vi vedo. Non per cattiva volontà. Vorrei che foste almeno persuaso di questo. Voi vi conoscete, vi sentite, vi volete in un modo che non è il mio, ma il vostro; e credete ancora una volta che il vostro sia giusto e il mio sbagliato. Sarà, non nego. Ma può il vostro modo essere il mio e viceversa?

Ecco che torniamo daccapo!

Io posso credere a tutto ciò che voi mi dite. Ci credo. Vi offro una sedia: sedete; e vediamo di metterci d’accordo.

Dopo una buona oretta di conversazione, ci siamo intesi perfettamente.

Domani mi venite con le mani in faccia, gridando:

«Ma come? Che avete inteso? Non mi avevate detto così e così?»

“Così e così, perfettamente. Ma il guaio è che voi, caro, non saprete mai, né io vi potrò mai comunicare come si traduca in me quello che voi mi dite. Non avete parlato turco, no. Abbiamo usato, io e voi la stessa lingua, le stesse parole. Ma che colpa abbiamo, io e voi, se le parole, per sé, sono vuote? Vuote, caro mio. E voi le riempite del senso vostro, nel dirmele; e io nell’accoglierle, inevitabilmente, le riempio del senso mio.

Abbiamo creduto d’intenderci, non ci siamo intesi affatto.

Eh, storia vecchia anche questa, si sa. E io non pretendo dir niente di nuovo. Solo torno a domandarvi: «Ma perché allora, santo Dio, seguitate a fare come se non si sapesse? A parlarmi di voi, se sapete che per essere per me quale siete per voi stesso, e io per voi quale sono per me, ci vorrebbe che io, dentro di me, vi dessi quella stessa realtà che voi vi date, e viceversa; e questo non è possibile»

Ahimè, caro, per quanto facciate, voi mi darete sempre una realtà a modo vostro, anche credendo in buona fede che sia a modo mio; e sarà, non dico; magari sarà; ma a un “modo mio” che io non so né potrò mai sapere; che saprete soltanto voi che mi vedete da fuori: dunque un “modo mio” per voi, non un “modo mio” per me.

Ci fosse fuori di noi, per voi e per me, ci fosse una signora realtà mia e una signora realtà vostra, dico per se stesse, e uguali, immutabili. Non c’è. C’è in me e per me una realtà mia: quella che io mi do; una realtà vostra in voi e per voi: quella che voi vi date; le quali non saranno mai le stesse né per voi né per me.

E allora? Allora, amico mio, bisogna consolarci con questo: che non è più vera la mia che la vostra, e che durano un momento così la vostra come la mia. Vi gira un po’ il capo? Dunque dunque… concludiamo.

Passo di Luigi Pirandello tratto da “Uno, nessuno e centomila”

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