La depressione e le sue manifestazioni

Secondo ricerche recentemente pubblicate (rapporto Osservasalute 2014) il consumo di farmaci antidepressivi in Italia, ed anche in Friuli Venezia Giulia, è aumentato nell’ultimo anno, seguendo un andamento progressivo negli ultimi 15 anni. Si tratta di dati che fanno riflettere, soprattutto se si considera che stiamo parlando di una disagio, la depressione, temuta ma spesso poco conosciuta.

Ma quando usiamo il termine “depressione” a cosa ci riferiamo?

Spesso questa parola viene utilizzata in modo improprio, anche per definire stati dell’umore transitori, che poco hanno a che vedere con una definizione clinica, bensì rientrano all’interno delle locuzioni di senso comune, che vanno dal “sentirsi giù di morale”, “tristi”, “delusi” o “insoddisfatti” per motivi legati alla quotidianità.

Ma secondo le definizioni attuali, largamente adottate in ambito clinico, non si può parlare di stato depressivo se non si rileva la coesistenza per un periodo temporale medio-lungo (da settimane a mesi) di un certo numero di sintomi clinici. Va inoltre detto che, come per la maggior parte dei disturbi psicologici, anche per la depressione è difficile individuare cause specifiche e univoche, poiché intervengono fattori di diversa natura (fisica, psicologica, relazionale, sociale) che variano da persona a persona. Pertanto, per aumentare la comprensione del disagio portato, è necessario integrare una ricerca orientata alla descrizione dei sintomi, con un metodo di analisi del funzionamento del disturbo, andando a chiedersi quali siano i comportamenti che la persona agisce nel tentativo di risolve attivamente sua situazione. In questo modo è possibile osservare come lo stato depressivo sia spesso conseguente alla rottura o alla conferma di una convinzione su di sé o su ciò che ci circonda, come se una cosa che abbiamo spesso temuto o che non avremmo mai creduto, venisse progressivamente o all’improvviso a “materializzarsi” di fronte a noi, facendoci vacillare o addirittura crollare. Queste convinzioni, queste nostre personali verità, il più delle volte non consapevoli, sono come colonne portanti che mantengono saldo l’edificio di noi stessi e che come mappe ci orientano nelle scelte da compiere. Allorquando vengono a incrinarsi o a mancare, vengono meno dei riferimenti identitari e conoscitivi e rischiamo di non sapere più chi siamo e come dobbiamo agire. Questo può generare sentimenti tipici di rabbia, delusione, tristezza e angoscia, portando l’individuo ad un atteggiamento di arrendevolezza di fronte ai mutamenti di sé e della propria condizione. Un atteggiamento di rinuncia che si trasforma in una vera e propria “soluzione” del problema, apparendo come il miglior modo possibile per stabilire un nuovo equilibrio con se stesso, gli altri e il mondo, per quanto paradossale e contro produttivo. Il comportamento attivo di rinuncia è una fondamentale caratteristica che accomuna coloro che vengono definiti e/o si autodefiniscono “depressi”: la persona rinuncia in quanto ritiene convintamente di non avere più o di non aver mai avuto le capacità o i mezzi per affrontare il proprio mondo; la persona rinuncia in quanto ritiene che la situazione sia ormai immodificabile per sua natura o conformazione. Chi si viene a trovare in tale condizione si pone in un atteggiamento passivo, assumendo invariabilmente un ruolo di “vittima”, termine che non deve assolutamente essere inteso con accezioni etiche e morali, nelle sfumature di “vittimismo” e “autocommiserazione” fini a se stesse. Tale ruolo, infatti, si manifesta in rapporto ad un sistema complesso di sentimenti, pensieri e relazioni umane e si può articolare in tre differenti modi:

  1. il sentirsi vittime di se stessi, ritenendo di “essere sbagliati” per natura o per incapacità, arrivando ad arrendersi nella convinzione di aver perduto una forza posseduta in passato o addirittura di non averla nemmeno mai avuta. è questa una condizione depressiva radicale che si riscontra anche nelle valutazioni soggettive di fallimento di fronte ad un obiettivo di vita (ad es. familiare o lavorativo);
  2. il sentirsi vittime degli altri, pensando di essere nel giusto nella valutazione delle persone, fidandosi di loro fino al momento in cui si crea una rottura (nella personale interpretazione della propria realtà) a partire dalla quale le cose vanno in modo diverso rispetto alle aspettative. La persona si valuta, quindi, come un’illusa, delusa e tradita da tutti, arrendendosi e delegando la soluzione del problema agli altri;
  3. il sentirsi vittime del mondo, ritenendosi portatori di principi o verità superiori che si scontrano con la miseria o l’ingiustizia di un mondo opprimente e sbagliato. La persona si sente disillusa e rinuncia a combattere a livello pratico, limitandosi ad una pretesa intellettuale di diversità.

Ci si renderà conto, a questo punto, di quanto possano essere articolate le manifestazioni comportamentali e ideative di una persona che soffre di uno stato depressivo. Risulta perciò necessario che tutte le figure che si occupano di salute e non solo, siano consapevoli e attente nell’individuazione e soprattutto nella non sottovalutazione della problematica, che richiede un trattamento multidimensionale, soprattutto incentrato sull’analisi delle strutturazioni individuali di significato, ovvero di quelle convinzioni su cui si ancorano i sentimenti della persona sofferente.

Daniele Baron Toaldo
Sara Danesi

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