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ottobre 2018

L’arte della presenza: come carpire l’attenzione del tuo pubblico

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Quando mi chiedono come si faccia ad attrarre l’attenzione delle persone che ti ascoltano, in genere rispondo che ci vuole, ovviamente, preparazione tecnica sull’argomento che vai trattando e l’abilità di illustrarlo con chiarezza, come se di fronte a voi aveste un pubblico di bambini; ma, soprattutto, ci vuole presenza, nello specifico presenza scenica.
La presenza scenica si potrebbe definire come quella capacità di far sì che tutti ci osservino e ci ascoltino attentamente anche se stiamo parlando una lingua sconosciuta. La stessa abilità messa in atto dai maestri del teatro di commedia, capaci di sostituire le parole con un insieme di fonemi simil linguistici, ma totalmente privi di senso: il cosiddetto grammelot, praticato magistralmente da Dario Fo e inventato dagli attori della commedia dell’arte nel ‘500. Questa tecnica fu messa a punto per poter comunicare mescolando vari idiomi e riuscendo a fare teatro in tempi di feroce censura.
La presenza scenica, quindi, ha poco a che vedere con la tipologia degli argomenti che stiamo trattando; ha poco a che vedere, in realtà, anche con il fatto che siamo o meno un attore o un appassionato di teatro.
Ha molto a che vedere, invece, con le abilità di gestione del proprio corpo,  della propria voce, dello spazio in cui siamo inseriti e con il tipo di rapporto che instauriamo con i nostri uditori. Troppo spesso ci dimentichiamo di questo, o forse evitiamo di pensarci, compiendo l’errore fondamentale che appartiene a quello che definisco “il parlante ingenuo”: immaginare che gli uditori presteranno attenzione solo alle parole che diciamo, per giunta interpretandone il senso allo stesso modo in cui lo intendiamo noi.
Ma sappiamo che non è così: non serve qui scomodare linguisti, grandi filosofi, psicologi e letterati, che hanno sviscerato a fondo il problema della comunicazione, per poter affermare che il senso e il potere di ogni nostra parola viene plasmato dal modo stesso in cui essa viene proferita. Ogni nostro movimento, espressione del volto o “coloritura” della nostra voce, vengono osservati dai nostri interlocutori e fatti rientrare all’interno del giudizio globale che essi potranno assegnare al nostro discorso e a noi come persone. Per cui, massima attenzione deve essere posta al modo in cui usiamo le nostre appendici (mani, braccia, gambe), a come dominiamo lo spazio in cui siamo inseriti, alla velocità del nostro eloquio, all’uso delle pause, allo sguardo rivolto ai nostri uditori, al fine di instaurare un dialogo con essi, con ognuno di essi.
Dobbiamo entrare in contatto col pubblico, come se ciascun componente della nostra platea fosse il solo presente in sala e fosse il solo a cui la nostra attenzione di narratore è rivolta. Ciò comporta un lavoro su noi stessi, sulla tendenza a rifuggire le interazioni umane, lo sguardo e le reazioni delle persone che ci ascoltano, immaginando erroneamente che rimanendo concentrati sul nostro testo e su ciò che vogliamo dire riusciremo ad essere più chiari ed efficaci. Il risultato di tale comportamento di evitamento, invece (ahimè), spesso si traduce in un velato distacco, che può essere recepito come freddezza e insicurezza: quando parliamo, infatti, il modo in cui esponiamo le cose incide anche sulla percezione di “competenza” e “professionalità” che ci potranno essere attribuite. L’autorevolezza della nostra figura si trasporrà sul testo stesso, rendendolo a sua volta autorevole, persuasivo e coinvolgente.
Non importa quanto l’argomento sia intrinsecamente interessante, importa quanto siamo in grado di far entrare il pubblico all’interno del nostro personale rapporto con l’argomento stesso, gestendo la propria emotività in modo da poterla usare per emozionarlo. La dimensione edonistica, ovvero l’aspetto del piacere, insita nell’udire una voce narrante e nell’osservare un narratore in scena, è parte integrante dell’evento espositivo e dobbiamo esserne consapevoli: ciò che esponiamo deve piacere alla nostra audience e piacerà tanto più quanto più faremo sentire che piace a noi.
In conclusione: attrarre l’attenzione delle persone è alla portata di tutti? La risposta è sì. Esistono tecniche e metodi per affinare la propria comunicazione corporea e vocale, per migliorare le personali abilità di gestione delle emozioni e di relazione col pubblico. Ma il punto focale per diventare più attrattivi non è questo: il punto focale è la disponibilità ad offrire al pubblico un po’ di se stessi, al fine di dare realmente corpo ad una propria presenza scenica genuina e credibile.

Daniele Baron Toaldo

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